Dopo oltre 4 anni di invasione russa dell’Ucraina, anche grazie al sostegno cinese, e uno e mezzo della Presidenza Trump – trascorsa a imporre dazi agli alleati, demolire la NATO, minacciare l’invasione della Groenlandia, strizzare l’occhio a Putin e interrompere gli aiuti all’Ucraina, intervenire militarmente in Venezuela, e scatenare una guerra in Medio Oriente che ha destabilizzato l’economia mondiale – gli europei continuano a parlare della necessità di dotarsi di una difesa europea, ma senza fare nulla di concreto in tale direzione.

La ragione è la debolezza dei governi nazionali europei, a sua volta legata all’importante verità pronunciata dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che l’Europa è fatta “di Paesi piccoli e di Paesi che non hanno ancora capito di esserlo”. Abbiamo visto com’è finito il tentativo di Giorgia Meloni di accreditarsi come ponte tra Trump e l’Europa, e di essere la leader europea più trumpiana. In Spagna il governo Sanchez non ha la maggioranza ed è indebolito dagli scandali. In Polonia abbiamo una difficile coabitazione tra il premier Tusk e il presidente Nawrocki. In Francia Macron è un’anatra zoppa e Lecornu non ha una maggioranza. In Germania c’è una coalizione riottosa e paralizzata, terrorizzata dalla crescita di AfD.

Per questo è fallito il progetto franco-tedesco di caccia di sesta generazione, il Système de combat aérien du futur (SCAF), per scelta delle aziende coinvolte, nonostante la volontà dei governi francese e tedesco, che poi dovrebbero finanziarlo e acquistarlo. L’industria militare francese scommette sulla vittoria alle elezioni francesi del 2027 del Rassemblement National – che vorrà un caccia franco-francese, non franco-tedesco – e quindi non accetta più una collaborazione alla pari con la Germania. Anche se questo moltiplicherà i costi e allungherà i tempi.

Ora le industrie tedesche e spagnole provano a creare un nuovo consorzio alternativo, mentre va avanti quello tra Italia, Regno Unito e Giappone. Il rischio è di avere 3 progetti europei, quando ne servirebbe uno. In Europa abbiamo 130 sistemi d’arma, mentre gli Stati Uniti ne hanno 30. Perciò i 27 Stati membri spendono per la difesa il 30% degli Stati Uniti, con una capacità del 10%. Cioè due terzi della nostra spesa militare non produce niente in termini di sicurezza, e il 70% dei nostri sistemi d’arma è acquistato dagli USA. O creiamo una difesa europea con un approvvigionamento comune, la riduzione dei sistemi d’arma, la creazione di grandi campioni europei a livello di industria della difesa o continueremo a spendere inutilmente, senza acquisire né capacità di deterrenza, né autonomia strategica. Anche se arrivassimo a spendere il 5% del PIL come chiede Trump, per assicurarsi più commesse e azzoppare la nostra economia.

Abbiamo bisogno di una difesa europea con un joint procurement per dotarci degli strategic enablers che nessuno Stato membro da solo può avere: la capacità di controllo satellitare, di comunicazioni satellitari, di trasporto truppe, di difesa aerea rispetto ad attacchi missilistici e di droni, di difesa dalla guerra ibrida, per i quali oggi dipendiamo dagli americani. Questo ci permetterebbe di giocare un ruolo di mediazione rispetto ai conflitti in Ucraina piuttosto che in Medio Oriente, dove siamo spettatori passivi.

La decisione verrà presa nel 2027, quando andranno a votare Francia, Italia, Spagna, Polonia, Grecia, Finlandia, Estonia e Slovacchia. Oltre metà dei cittadini europei voteranno in elezioni solo apparentemente nazionali, ma che in realtà saranno elezioni europee a pezzetti. Nel senso che fra 10 anni gli osservatori guarderanno alle elezioni del 2027 come il momento in cui gli europei hanno deciso se condividere la sovranità sulla politica estera e la difesa o meno. Se di fronte alla sfida posta dalla minaccia russa, dalla penetrazione economica cinese, dai dazi e dalle minacce di Trump, gli europei hanno saputo unire le forze oppure no. Questa è la vera posta in gioco delle elezioni del 2027 in tutti questi Paesi, e possiamo rendercene conto imparando le lezioni di questi anni.

Da anni in tutta Europa le elezioni nei vari Paesi sono state analizzate guardando se vincevano le forze europeiste o nazionaliste, perché questa sta diventando la vera divisione fondamentale. E la Polonia e l’Ungheria ci hanno fornito delle lezioni fondamentali. Lì la divisione delle forze democratiche europeiste ha permesso la vittoria Orbàn e Kaczinski, che hanno fatto delle svolte autoritarie demolendo lo stato di diritto. Ciò ha costretto le forze democratiche europeiste a fare delle grandi coalizioni dal Partito Popolare fino ai Socialisti e ai Verdi, per riuscire a restaurare un sistema democratico nel loro paese. Rapidamente in Polonia, dopo 16 anni in Ungheria!

La stessa cosa può accadere nel 2027. Ma imparando la lezione, l’alleanza delle forze democratiche ed europeiste può essere fatta prima che i nazionalisti vadano al potere. Perché se alle elezioni presidenziali francesi avremo 6 candidati delle forze democratiche europeiste, l’unico risultato sarà di avere Bardella e Melenchon al secondo turno e avere certamente un nazionalista di destra o di sinistra, più probabilmente di destra, all’Eliseo. Ma lo stesso può accadere in Italia, dove in una coalizione di destra che inglobasse Vannacci – che ne era comunque già parte, come vicesegretario della Lega, e con le stesse posizioni politiche espresse nel suo libro – la capacità di Forza Italia e Noi moderati di attenuarne le pulsioni nazionaliste sarebbe irrisoria. Lo stesso vale per i popolari finlandesi rispetto alla possibilità di allearsi con i nazionalisti “veri finnici” e così via.

Le forze democratiche ed europeiste in tutti questi Paesi hanno una responsabilità storica. Il mondo brucia. Il declino europeo diventerà inarrestabile senza dotare l’Unione dei poteri necessari a giocare un ruolo internazionale e ad implementare i Rapporti di Letta e Draghi per rilanciare l’economia europea. La decisione verrà presa nelle elezioni europee a pezzetti del 2027. Al Parlamento europeo, dove non c’è il voto di fiducia e si possono vedere le reali convergenze programmatiche, in questa legislatura popolari, liberali e socialisti hanno votato insieme l’88% delle volte, e spesso anche i Verdi con loro. Hanno il dovere di unirsi prima delle elezioni. Da un lato, per impedire la vittoria nazionalisti e una svolta autoritaria nei loro Paesi, come accaduto in Polonia e Ungheria. Dall’altro per avviare una condivisione di sovranità sulla politica economica, estera, di sicurezza, di difesa, senza la quale l’Unione continuerà a rimanere indifesa, impotente, incapace di giocare un ruolo per la pace tanto in Ucraina quanto in Medio Oriente, e di rilanciare la propria economia e modello sociale.

Difesa dei valori della democrazia liberale, interesse nazionale ed interesse europeo coincidono. I sondaggi mostrano che 2/3 degli europei vorrebbero un’Unione in grado di parlare con una voce sola, con una politica estera e una difesa europea. Se faranno di questo il punto centrale del programma e della campagna elettorale, le coalizioni democratiche ed europeiste vinceranno.

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